La strada che ha costruito la stilista

Sono circa le nove e un quarto di un soleggiato lunedì mattina di fine maggio. Tutto ha inizio.

L’azienda di famiglia è un piccolo laboratorio sotto una palazzina in Via Marco Polo – proprio lui, uno dei più grandi viaggiatori e esploratori di tutti i tempi, scrittore, ambasciatore e mercante. Severino, subito dopo essere stato identificato da mia nonna materna come mio padre – è tutta uguale a te, gli ha detto verso le dieci di mattina – prende la strada dall’ospedale al laboratorio a bordo della sua Lancia Fulvia Coupé rossa, carica la valigia con dentro una ventina di campioni di maglie da donna, non percorre l’autostrada del Brennero perché ancora non esiste, e arriva a Monaco di Baviera. È faticoso, impegnativo, ma fantastico.

Come un moderno Marco Polo, parla con i compratori delle grandi catene di negozi del Nord Europa. L’Italia, la Germania, l’Italia: le distanze si accorciano, l’autostrada del Brennero si costruisce sotto le sue ruote. Arrivano anche gli americani a Firenze, e si va a parlare con i compratori di Macy’s. Cristina, mia madre, come una sapiente regista, amministra incontri, scartoffie e conti. L’azienda di famiglia si trasferisce in un capannone della nuova zona industriale in via Benjamin Franklin.

“Come parlano strano questi signori. Non li capisco.”

“Parlano una lingua straniera”

“Cos’è una lingua straniera?”

Sono trascorsi due decenni e tutto è cambiato: il secolo, i confini della Germania – che ormai si è riunificata da quindici anni – la nuova moneta: io ho una Laurea in Lingue e Letterature Straniere – e quei signori, dopo soggiorni a Vienna, Francoforte sul Meno, Heidelberg, Londra, Canterbury, Boston e New York, ora li capisco bene: l’azienda di famiglia si è trasferita in un capannone nella zona artigianale in Via Lago Santo, e mi aspetta.

Carico la macchina con una settantina di campioni di vestiti da donna e attraverso l’Italia: Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari. Viaggio, ascolto, osservo, imparo un mestiere che è nella tradizione e nel patrimonio culturale del sapere fare italiano. Inizio a guardare e toccare i tessuti in maniera diversa, consapevole. Le mie scelte, le mie idee diventano vestiti, camicie, maglie, pantaloni, gonne, blazer, giacche. Prendo un aereo dell’Aeroflot e porto le mie creazioni a Mosca. A Firenze, questa volta, arrivano i giapponesi – e qualche europeo che ancora guarda con ammirazione il bel capo artigianale manufatto in Italia. È faticoso, impegnativo, ma sembra quasi la naturale evoluzione delle cose.

Quindici anni dopo l’inizio del nuovo millennio, le cose appaiono più complesse. Mia sorella, dopo essersi fatta le ossa qui, si è trasferita a Milano – ah, l’amour! L’arte, la letteratura, il teatro, i frequenti viaggi a Berlino – ormai molti miei amici si sono trasferiti lì – tutto viene riportato dentro gli uffici dell’azienda di famiglia, dove una parete, piena di foto, citazioni di scrittori, biglietti di spettacoli visti, è solo mia: il muro delle meraviglie. Tutto poi si trasforma rapidamente in vestiti, che contengono con leggerezza le esatte visioni poliformi dei miei occhi. Questo è il tempo della comunicazione immediata e della realtà aumentata dai social networks. È l’era di un sapere che attraversa diagonalmente tutte le discipline. Alcuni dicono sia difficile, io lo trovo stimolante.

“E adesso, dove andiamo?”

“Avanti”